email: info@ilgiardinodelre.org
Per restare aggiornato sui nostri ultimi progetti e sulle date dei nostri concerti, iscriviti alla NEWSLETTER.
In questa sezione proporremo una breve descrizione dei nostri pezzi. Cercheremo inoltre di fornire, nei casi in cui risultasse necessario, una possibile chiave di lettura per comprenderli meglio. Lungi da noi la pretesa di compiere un’analisi completa. Siamo, inoltre, pienamente coscienti che queste interpretazioni, pur essendo nostre, non sono qualcosa di assoluto, ma solo semplici riflessioni, talvolta anche postume alla creazione dei brani stessi, che noi abbiamo, parimenti alla musica, il desiderio e il bisogno di comunicare.
Il Giorno dell'Edera (parte I e II) - Cavalcata - Romea - Lo Squarcio nella Rete
Lo Squarcio nella Rete
Il testo:
Sotto il peso di troppi uomini giace oggi la terra,
troppe strade, troppi ponti, troppa velocità.
Nulla più ci appartiene, neppure l’aria che respiriamo
e l’acqua di plastica non ci disseterà.
Non è paura del progresso o della scienza,
ma solo voglia d’una verità.
Né politica né idea, pensiero o parola,
può oggi dirci che mondo verrà.
Ed ora attendo uno squarcio nella rete, per sfuggire dall’immagine che mi logora
d’un solo uomo con la sua identità ormai perso in questa umanità.
Aspettando il caos, morto il demiurgo
dopo le nostre facce stanche cosa ci sarà?
Più nulla, più nessuno, né amore né castità,
non preghiera non voce in questa piccola città.
Recensione e spiegazione del testo:
“Lo Squarcio nella rete” è sicuramente il nostro brano più “impegnato”. Riflette, infatti, una nostra precisa presa di posizione su temi che ci appaiono oggi di grande attualità: l’ambente, la frenesia alienante del mondo moderno, il caos e l’illogicità nella realtà che ci circonda. Abbiamo preso spunto, principalmente, da un episodio della mitologia greca come si vede fin dal primo verso del testo: una terra appesantita dal peso di troppi uomini (dove il peso non era solo quello fisico ma anche quello della corruzione umana), piangendo e urlando chiedeva aiuto al padre degli dei, Zeus, affinché la liberasse da quel terribile fardello (noi ci siamo fermati a questo punto, ma, per dovere di cronaca diciamo che l’idea che venne a Zeus per risolvere il problema non fu delle più pacifiche: fece scoppiare, infatti, prima la guerra di Tebe e poi quella di Troia. Occorre anche dire che, comunque, di questo episodio esistono diverse versioni anche nell’epica babilonese). Prescindendo dal contesto mitologico da dove l’abbiamo presa, questa immagine della terra appesantita, ormai incapace di reggere la sempre più “pesante” umanità ci piacque subito, soprattutto per come essa trovava incredibili affinità con il mondo d’oggi che, in effetti, sta portando ai limiti del collasso l’intero sistema naturale. Ma a fare le spese del progresso indiscriminato non è stata solo la natura fisica, ma anche la stessa natura umana ormai costretta a vivere in una situazione di frenesia senza soluzione di continuità. “Strade, ponti, velocità”, sono, infatti, armi a doppio taglio soprattutto quando diventano troppe, talmente tante da far completamente obliare il fatto che, nell’esistenza, possono esistere anche ritmi differenti da quelli pretesi dalla nostra moderna società. Una società che lucra su tutto il vendibile in una privatizzazione totale, senza regole, molto spesso senza perché: “nulla più ci appartiene”, diventa sempre più vero man mano che si moltiplicano le occasioni di possedere beni materiali. Tra poco sarà perfino lecito chiedersi se ancora si è proprietari del proprio corpo secondo il “diritto di natura”, o se sia necessario acquistarlo da qualche società. Ed in questo contesto il nostro riferimento all’ “acqua di plastica”, si riferisce al “sintetico” che sempre più ci avvolge e ci condiziona: l’uomo odierno ha, infatti, un rapporto con la natura incredibilmente negativo. Egli la vive, la vede, la conosce solo per mezzo di rappresentazioni (quasi sempre televisive) che non possono essere sostituti efficaci dell’esperienza. Anche la natura stessa (intesa come ambiente naturale) è divenuta merce di scambio, oggetto di vendita, realtà cedibile all’uomo solo nella forma mediata di mera immagine. No, l’acqua di plastica non disseterà noi come non disseterà ogni uomo voglioso di mantenere col mondo un rapporto diretto e non sintetico, materiale, in poche parole “finto”. E tale discorso di può allargare al commercio delle emozioni. Le sensazioni più profonde ci vengono fornite dai media in modo assolutamente mirato e consapevole: ci sono trasmissioni che esigono lacrime, altre risate, ecc. E, in tutto questo, ci chiediamo, le emozioni non corrono forse il rischio di essere standardizzate? Forse che tutta questa “finzione emozionale” possa portare all’uniformità più completa? Ma noi ritorniamo a ripetere che l’acqua “finta”, di plastica, non può dissetarci sul serio (anche se si ha l’impressione che sia così). Tutto questo discorso comunque non deve far pensare a noi come a degli sprovveduti passatisti che rifiutano in toto modernità e scienza. Noi siamo tutt’altro. Un conservatore, come dice un detto famoso, è ottimista nei confronti del passato e pessimista nei confronti del futuro. È facile comprendere come questo atteggiamento sia altamente distruttivo. Noi, in realtà, non siamo contro la modernità perché ci rendiamo ben conto di come la scienza, la tecnologia, la nostra normale evoluzione, sia qualcosa che sfugge da un diretto controllo e che, di per sé, il presente non sia giudicabile in quanto ancora in atto. Ciò che a noi preme sottolineare sono gli effetti del nuovo modo di vita. Siamo, in poche parole, assolutamente contrari ad un eccessivo materialismo, ad un considerare ogni aspetto della vita nell’ottica economica del guadagno. Vorremmo andare contro non tanto alla mancanza di valori (anche perché ancora esistono e sono ben radicati), quanto ad una certa “atrofizzazione” intellettuale, soprattutto nelle giovani generazioni. Non vorremmo mai che ad un giovane come noi fosse venuto meno il desiderio di porsi delle domande, di andare contro a qualcosa che ritiene ingiusto. Un giovane non deve dire “ ormai è così e io non ci posso fare niente”, ma deve comunque mantenere una certa attitudine alla lotta. La rassegnazione, insomma, è uno dei mali principali che, secondo noi, soffoca la società. In aiuto ci venne anche Eugenio Montale. Sebbene noi ci sentiamo assolutamente indegni nei confronti del grande poeta, un suo concetto ci piacque molto: quello della “smagliatura nella rete”. In effetti l’intera poetica di Montale può essere letta come un tentativo di oltrepassare un varco, di andare oltre, di giungere ad un qualcosa di rivelatore. A questo propino vogliamo riportare un passo da “I Limoni” , in Ossi di Seppia (1925):
[…] le cose
[…] sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Il nostro, ben più modesto, “squarcio nella rete” vuol essere un varco che ci permetta di uscire dalla logica del conformismo, che ci permetta di essere noi stessi, riuscendo ad evitare di identificarsi sempre e comunque con una intera umanità che non ci piace. E non possiamo non augurarci che ognuno possa trovare, dentro se stesso, il proprio personale “squarcio” per affrancarsi da retaggi culturali frutto di generalizzazioni e demagogie.